Serial killer

Posted in Curiosità with tags , , , , , , on 12 aprile 2010 by bgfeddy

L’espressione serial killer , trova le sue radici negli Stati Uniti, intorno agli anni Settanta del Novecento, con riferimento a due casi eclatanti di assassini seriali, differenti rispetto agli omicidi plurimi colpevoli di stragi: Ted Bundy e David Berkowitz. Il termine indica un soggetto che “compie tre o più omicidi distribuiti in un arco relativamente lungo di tempo, intervallati da periodi di raffreddamento durante i quali il serial killer conduce una vita sostanzialmente normale”. Il manifesto carattere compulsivo dell’istinto omicida, molto spesso è causato all’origine da traumi nella sfera emotiva e sessuale.

Il serial killer sono in prevalenza di sesso maschile (90%). Le donne uccidono prevalentemente per ragioni sessuali, affezione o vendetta, preferendo le tecniche dell’avvelenamento o dello strangolamento. Gli uomini, invece, prediligono il contatto e il coinvolgimento fisico, scegliendo armi bianche, armi da fuoco e qualsiasi altro oggetto preordinato o funzionale all’offesa.

Serial killer della storia

Nella maggior parte dei casi, l’istinto omicida dei serial killer scaturisce da traumi infantili o da condizioni socio-economiche di scarso livello, oltre ad una costante sensazione di inadeguatezza e bassa autostima; i delitti rappresentano il mezzo per sentirsi potenti e realizzare il proprio desiderio di dominio e controllo. Altra caratteristica tendenzialmente comune ai serial killer è la mancanza di empatia e di condivisione della sofferenza delle vittime, che conduce spesso al sadismo, alla tortura e al supplizio prolungato nel tempo della preda. Per questi motivi si parla generalmente di natura morbosa, psicopatica e sociopatica della condotta criminale del serial killer.

Pare interessante ricordare come alcuni serial killer abbiano mostrato in giovane età dei segnali particolari, noti come Triade di McDonald, sebbene questa non sia ritenuta con certezza come indizio indicativo circa l’eziologia dell’omicidio seriale. I tre segnali sono:

  • accendere fuochi, solo per il gusto di distruggere le cose
  • crudeltà verso gli animali, ad esempio strappando le zampe ai ragni, anche se i futuri serial killer spesso uccidono animali più grossi, come cani e gatti, semplicemente per il loro piacere personale e non per impressionare altri individui
  • bagnare il letto (enuresi) oltre l’età ritenuta normale nei bambini

Generalmente, i serial killer vengono raggruppati in due categorie principali, a seconda del tipo deviante:

  • tipi organizzati: killer lucidi, intelligenti, metodici e attenti alla fase di definizione dell’omicidio. Mantengono il controllo sul delitto, prima, durante e dopo, occultando le prove e seguendo con attenzione le indagini. Spesso questo tipo di killer ha una vita sociale ordinaria e regolare.
  • tipi disorganizzati: sono impulsivi, non pianificano gli omicidi e si lasciano trasportare da istinti e occasioni. Dotati di mediocre livello intellettivo e di scarsa formazione culturale, non si preoccupano di occultare le tracce e di seguire una metodologia sempre uguale, al fine di restringere il margine di errore. Questo tipo di killer in genere ha una vita sociale e affettiva estremamente carente e talvolta qualche forma di disturbo mentale.

Altra possibile forma di distinzione dei serial killer è quella che fa riferimento alle motivazioni individuabili alla base dell’atto deviante, sebbene in alcuni casi gli assassini possano essere ricompresi in più settori (disturbi mentali di varia natura, movente variabile, assenza di preferenze vittimogene). Le categorie sono:

  • visionari: disturbi e malattie mentali (es. schizofrenia, allucinazioni, deliri)
  • missionari: l’omicidio viene percepito come una missione (es. fanatici politici o religiosi)
  • edonistici: l’omicidio è il mezzo per provare piacere (es. cacciare la preda, violentare, tortura, necrofilia, cannibalismo)
  • dominatori: esercizio di dominio e potere sulla vittima, rafforzando la propria autostima; le violenze inflitte non sono strumenti di piacere, ma riproducono simbolicamente o fedelmente degli abusi subiti in passato; tipo di omicida seriale più frequente
  • angeli della morte: ambito medico; iniezioni letali per liberare i pazienti dalle sofferenze, mentre in realtà lo scopo è il desiderio di decidere della vita e della morte altrui; prevalentemente donne
  • vedove nere: donne che sposano uomini ricchi, si appropriano dei loro beni e poi li uccidono avvelenandoli o simulando incidenti
Annunci

Ed Gein

Posted in i volti del crimine with tags , , , , , , , on 11 aprile 2010 by bgfeddy

Edward Theodore Gein nasce a La Crosse, nel Wisconsin, il 27 Agosto 1906. Nato in una famiglia molto religiosa, subisce per anni le violenze del padre George, insieme al fratello maggiore Henry e alla madre Augusta. Quest’ultima, creatasi un’idea distorta del luteranesimo, educa i suoi figli con un rigore esasperato, terrorizzandoli con un’immagine immorale del mondo al di fuori delle mura di casa. Secondo Augusta, ogni donna, eccetto lei, è da considerare una prostituta degna solo di odio e sdegno. In seguito alla morte del padre, Henry comincia a rifiutare l’ideologia della madre, ribellandosi in varie occasioni; tuttavia, solo qualche anno più tardi, durante l’incendio della fattoria di famiglia, il giovane viene ritrovato morto. Il perito locale incaricato giudica l’asfissia per il fumo la causa della morte, nonostante fosse evidente un trauma sul capo del cadavere. Due anni dopo, Augusta muore, lasciando Ed solo nella fattoria.

Ed Gein

Dal 1944 al 1957  sei persone scompaiono misteriosamente nel Wisconsin. La polizia riuscirà ad associare Ed Gein soltanto a due delle sparizioni, ma gli studiosi sostengono fermamente il legame tra l’uomo e le altre vittime. Tuttavia, non è stato il numero delle vittime a terrorizzare gli Stati Uniti, ma i macabri rituali che Gein riservava alle sue prede post-mortem.

L’uomo viene arrestato nel 1957, quando la polizia si trova a sospettare di lui durante le indagini per la sparizione di una commessa di Plainfield. Il corpo della giovane viene ritrovato decapitato e appeso per i piedi nel capanno accanto alla fattoria, con il torso squartato a partire dagli organi sessuali. In seguito alle ricerche compiute nell’abitazione, gli inquirenti ritrovano numerose teste nella camera da letto, pelle umana usata come tessuto per lampade e sedie, calotte craniche usate come ciotole, un cuore umano, una collana di labbra umane, una cintura di capezzoli, una maschera facciale creata la pelle di un viso umano e un gilet cucito con una vagina e diverse mammelle (chiamato da Gein “veste mammaria”). Inoltre, un’altra scoperta raccapricciante è un intero guardaroba di pelle umana ritrovato nelle camere della fattoria.

In seguito agli interrogatori, Gein confessa di aver riesumato il corpo di una giovane appena sepolta, i cui tratti facciali gli ricordavano i lineamenti della madre. Rivela di aver utilizzato il corpo della ragazza, insieme a quello di Mary Hogan (impiegata in una taverna) e Bernice Worden (commessa la cui scomparsa è alla base delle indagini) per la realizzazione dei suoi macabri manufatti.

Secondo la maggior parte degli studiosi che hanno analizzato il caso, Ed Gein, dopo la morte della madre, avrebbe cercato di creare un “abito di donna” con la pelle umana, allo scopo di assumere le sembianze di Augusta.

Durante il processo, Ed Gein rivela inoltre di aver offerto spesso cene a base carne ai vicini di casa,  mentendo sulla sua provenienza: la carne infatti non era di cervo, ma umana. Dichiarato mentalmente instabile, viene trasferito nell’Ospedale Statale Centrale nel Wisconsin in un primo momento e nell’Ospedale Statale Mendota a Madison successivamente. Nel 1968 i medici dichiarano Gein capace di sostenere un altro processo, ma l’uomo evita nuovamente la pena di morte, tornando in un manicomio criminale per altri 26 anni, fino alla sua morte, avvenuta per arresto cardio-respiratorio.

La figura di Ed Gein ha ispirato molte opere letterarie, tra cui la saga di “Non Aprite quella porta”, “Il silenzio degli innocenti” (una recensione sul romanzo e sul film a questo indirizzo) e il romanzo “Psycho” di Robert Bloch, da cui è nato l’omonimo film diretto da Alfred Hitchcock. La pellicola, uscita nel 1960, è la più conosciuta del regista inglese. Il personaggio di Norman Bates è ispirato alla figura di Ed Gein. Di seguito è riportata la scena più famosa di “Psycho”, in cui il personaggio di Marion viene assassinato a coltellate sotto la doccia da Norman (che assume le sembianze della madre), e una scena del film “Il silenzio degli innocenti”, in cui il serial killer chiamato Buffalo Bill tortura psicologicamente una delle sue vittime.

Il pazzo di Limbiate

Posted in i volti del crimine with tags , , on 8 aprile 2010 by bgfeddy

Giulio Collalto nasce a Roma nel 1953 e viene abbandonato dalla giovane madre dopo soli tre anni. Il bimbo trascorre la sua infanzia nel collegio di Grottaferrata, fino ai quattordici anni. Collalto, già epilettico e ritardato di mente, subisce le violenze fisiche e psichiche che Suor Colomba infliggeva a tutti i bambini e che l’assassino si porterà per sempre sul corpo e nella mente. Collalto, anni dopo nel corso di un interrogatorio, ricorderà: “Ci costringeva a mettere il viso nei nostri escrementi, ci legava a termosifoni, ci incatenava al letto per farci stare fermi e le botte erano all’ordine del giorno, tanto da lasciarci segni permanenti”.

Limbiate

Successivamente, Collalto trascorre due anni presso l’ospedale psichiatrico di Mombello, dal quale fugge; viene ritrovato a Milano e ricoverato in un nosocomio, ma riesce a scappare un’altra volta. Il giovane trova ospitalità e rifugio a casa di un commerciante di mezza età, che però chiede in cambio rapporti omosessuali.

Nel 1971 Collalto viene trovato in un parco, sporco e affamato, da un uomo di cinquant’anni, che lo porta a casa e decide di prendersi cura di lui; il giovane arriva a chiamarlo addirittura zio, affezionandosi enormemente a questa benevola figura paterna. L’uomo, ritenendo Collalto bisognoso di cure, lo fa ricoverare a Lambiate; dopo una breve permanenza, viene rimesso con l’inspiegabile diagnosi di piena sanità mentale.

In realtà, Collalto è un uomo mentalmente disturbato, con problemi di socializzazione e sessualmente represso. Non ha amici, vuole solo stare in compagnia di bambini coi quali inizia ad approcciarsi qualche tempo dopo l’uscita dall’istituto di Lambiate.

La prima vittima è Roberto Auglia, conosciuto durante uno dei suoi ricoveri in ospedale; i due sono molto amici, accomunati dal disagio che li caratterizza. Collalto frequenta la casa del piccolo Roberto e in una di queste occasioni tenta di violentarlo; il bimbo si oppone e il pedofilo lo soffoca con un cuscino, cercando poi di inscenare un suicidio, sistemando il corpo con la testa nel forno. Ogni tentativo è vano, le testimonianze della madre di Roberto e dei vicini inchiodano Collalto, che viene condannato a sei anni di carcere e tre di casa di cura per omicidio preterintenzionale. Dopo solo un anno, però, viene rilasciato perché ritenuto non pericoloso, seppur seminfermo di mente.

Collalto viene dato in affidamento ad una famiglia di Cremona e inizia a frequentare l’oratorio della Chiesa di quartiere, situazione che gli permette di avvicinarsi e ottenere la fiducia dei bambini della zona. Il ragazzo inizia a lavorare in una troupe televisiva come custode dei costumi e dei macchinari, portando spesso i bambini dell’oratorio con sé. Siamo nel 1979: Collalto porta in un deposito delle attrezzature il piccolo Luca Antonazzi, di soli 7 anni, cercando di abusarne sessualmente. Il bambino, però, reagisce; Collalto pone fine alla giovane vita, strangolando la vittima con rabbia e forza. L’assassino cerca invano di nascondere il corpo sotto un montacarichi, ma anche questa volta sono le testimonianze ad incastrarlo.

Collalto viene subito arrestato e, messo sotto pressione, confessa: viene condannato all’ergastolo il 4 Dicembre 1981.

Il mostro di Bolzano

Posted in i volti del crimine with tags , , , , on 7 aprile 2010 by bgfeddy

Marco Bergamo nasce a Bolzano nel 1966; ha un’infanzia difficile, segnata dalla solitudine e dall’isolamento, visti la sua obesità e soprattutto gli evidenti problemi nel linguaggio. Crescendo, Bergamo diviene anche sonnambulo ed erotomane, con la fissazione per gli indumenti femminili, provando piacere ed eccitazione nel rubarli, e una passione particolarmente accntuata per le armi da taglio. A soli ventisei anni gli viene asportato un testicolo.

Marco Bergamo

A diciannove anni compie il suo primo omicidio; la vittima è una giovane ragazza di quindici anni, Marcella Casagrande. L’assassino la sorprende alle spalle, accoltellandola più volte e tenendola per i capelli, i modo da poter sferrare il colpo letale al collo.

La seconda vittima è Annamaria Cipolletti, insegnante quarantenne che di notte si prostituisce; la donna viene ritrovata in casa sua, uccisa da diciannove coltellate inferte con maestria. Viene ritrovato un foglietto con scritto “Marco andato via”.

Renate Rauch viene uccisa per terza; il cadavere della prostituta di ventiquattro anni viene rinvenuto in un parcheggio, dilaniata da molteplici pugnalate mortali. Pochi giorni dopo, Bergamo lascia un messaggio sulla tomba della sua vittima: “Mi spiace, ma quello che ho fatto doveva essere fatto e tu lo sapevi: ciao Renate! Firmato M.M”. Gli investigatori, collegando i due biglietti ritrovati e connessi ai delitti, ipotizzano che la firma sia una ripetizione voluta dell’iniziale del nome Marco, ad indicare il desiderio di controllo e potere dell’assassino.

Gli omicidi continuano. Renate Troger, prostituta, viene ritrovata strangolata in un piazzale; questa volta, le coltellate sono state inferte sul corpo già senza vita.

L’ultima vittima è Marika Zorzi,  di soli diciotto anni; Bergamo vuole festeggiare il suo ventiseiesimo compleanno e il modo migliore gli sembra quello di infliggere ventotto coltellate contro la giovane prostituta, abbandonandola agonizzante sul ciglio di una strada.

Pochi giorni dopo, Bergamo viene arrestato e durante un interrogatorio confessa: “Marika Zorzi, visto che avevo solo un testicolo, non voleva continuare, le ho chiesto di ridarmi i soldi ma lei si è messa ad urlare, le ho dato due schiaffi, mi ha aggredito dicendomi di essere un figlio di puttana, solo questo ricordo. […] Con Renate Rauch ci sono andato solo per uscire dalla monotonia, invece di Marcella Casagrande ricordo solo che avevo le punte delle dita sporche di sangue, mi sono alzato e sono uscito“.

Dalle perizie psichiatriche gli inquirenti individuano due interessanti elementi: Bergamo viene dichiarato capace di intendere e di volere al momento degli efferati omicidi, oltre che ossessionato dall’odio verso il genere femminile. È lo stesso Bergamo a dichiarare che “La donna è proprio un essere ignobile, egoista, una persona che usa l’uomo, come l’uomo fuma una sigaretta“.

Dal processo – in seguito al quale il padre dell’assassino si impicca – emerge che l’omicidio rappresenta per Bergamo l’apice della perversione e dell’appagamento, devianza che si manifesta soprattutto nel sonno: “Nei sogni, quando colpisco le donne, lo faccio al cuore e alla testa: si uccidono meglio, si centrano gli organi vitali“.

Tutti questi elementi, oltre alle stesse dichiarazioni dell’omicidio, sfociano in una condanna all’ergastolo; il processo e il verdetto vengono trasmessi su Rai3.

Aileen Wuornos

Posted in Curiosità with tags , , on 3 aprile 2010 by bgfeddy

Il film Monster, uscito nelle sale nel 2003, è ispirato alla vita di Aileen Wuornos, nota serial killer statunitense. Nata il 26 Febbraio 1956, è stata giustiziata il 9 Ottobre 2002, condanna maturata per i dodici omicidi commessi.

Aileen Wuornos

La Wuornos si prostituiva e provava rancore nei confronti del genere maschile; alcolizzata e instabile di mente, aveva spesso attacchi di violenza contro cose e persone.  La donna uccideva i suoi clienti nell’intimità dell’amplesso, derubandoli dopo l’omicidio.

Il ruolo della donna nella pellicola è interpretato da una quasi irriconoscibile Charlize Theron, a cui è stato assegnato l’Oscar alla Miglior Attrice. Di seguito sono riportate le scene finali del film, che comprendono l’arresto di Aileen, il processo e l’istante precedente alla sua esecuzione.

La regista Patty Jenkins ha voluto sottolineare il lato umano della serial killer, che si manifesta nell’amore nei confronti dell’amica Tyria Moore (chiamata nel film Selby), interpretata da Christina Ricci. Nel corso di un interrogatorio, Tyria confessa i crimini di Aileen, convincendola inoltre ad incastrare la donna con una telefonata.  Aileen comprende immediatamente il vero scopo della conversazione e decide di confessare tutti gli omicidi, per sollevare Tyria da ogni sospetto, sacrificando se stessa per concedere una seconda possibilità, una nuova vita alla donna che ama.

Il Landru del Tevere

Posted in i volti del crimine with tags , , , , on 3 aprile 2010 by bgfeddy

Cesare Serviatti nasce a Roma nel 1875. Viene ricordato come il Landru del Tevere, perché uccide le donne per impossessarsi dei loro averi, proprio come il vecchio serial killer francese Henry Landru.

Nella sua vita pratica diversi mestieri, passando da macellaio ad infermiere, ma viene spesso licenziato per il suo carattere violento nei confronti dei clienti e dei colleghi. Raggiunta l’età della pensione, l’uomo inizia a pubblicare un annuncio su diversi giornali, allo scopo di abbindolare giovani donne: “Pensionato, 450 lire mensili, conoscerebbe signorina con mezzi, preferibilmente cameriera, scopo matrimonio”.

Henry Landru

Il suo aspetto fisico incide positivamente sulla sua truffa: Serviatti appare infatti come un sessantenne basso e in carne, un uomo simpatico e socievole, con pochi capelli ma con dei baffi molto accentuati. Simula inoltre una ferita di guerra, che si è in realtà procurato sul posto di lavoro.

Serviatti sceglie con cura tra le donne che rispondono al suo annuncio, scegliendo solo donne sole, senza parenti o amici che possano interferire con i suoi piani. L’uomo confessa loro falsi sentimenti, progetta fughe d’amore e mente su presunte somme di denaro messe da parte negli anni. Tuttavia, ciò che lega tutte queste donne è semplicemente la voglia di essere amate.

Nel 1928 si consuma il primo omicidio: Serviatti conosce grazie all’annuncio Pasqua Bartolini Tiraboschi, ne diventa l’amante e la uccide con una coltellata a letto, durante un rapporto sessuale. Il cadavere della donna verrà poi tagliato in piccoli pezzi e gettato in un pozzo nero.

La seconda vittima è Bice Maragucci, a cui l’uomo riserva lo stesso trattamento della donna precendente, ma i resti del corpo vengono gettati nel Tevere.

Il Tevere in piena

L’ultimo assassinio documentato avviene nel 1932, quando Paolina Goretti viene accoltellata e fatta a pezzi a sua volta. Serviatti stipa i resti della vittima in due valigie, che vengono rinvenute su un treno diretto a Napoli dalla stazione di La Spezia. Sullo stesso treno viene rinvenuto un coltello sporco di sangue. La miglior amica della vittima, Olga, riconosce Paolina nei resti umani. La donna rivela quindi alla polizia che la sua amica le aveva a lungo parlato di un ex maresciallo mutilato di guerra, Cesare Serviatti, che avrebbe dovuto sposare a La Spezia.

Due giorni dopo, il 9 Dicembre 1932, la polizia fa irruzione nella residenza romana di Serviatti, arrestando l’uomo mentre è a cena con la moglie. Dopo un lungo interrogatorio, l’uomo confessa l’omicidio di Paolina Goretti e di altre quattro donne, senza però rivelare il nome delle altre vittime. La polizia riesce a collegare il suo nome agli omicidi di Bice Maragucci e Pasqua Bartolini Tiraboschi, ma gli altri due nomi sono tuttora sconosciuti.

L’uomo viene condannato all’ergastolo per gli omicidi di Pasqua Bartolini Tiraboschi e Bice Maragucci e alla pena di morte per l’omicidio, il vilipendio e l’occultamento di Paolina Goretti. Alle 6,24 del 13 ottobre 1933, Serviatti viene fucilato da un plotone di moschetti nel poligono di Chiara Vecchia, a Sarzana (SP).

Il mostro di Mestre

Posted in i volti del crimine with tags , , , on 1 aprile 2010 by bgfeddy

Roberto Succo nasce a Mestre nel 1962. Ragazzo di bell’aspetto e apparentemente normale, senza traumi famigliari o evidenti problemi psichici, a soli diciannove anni uccide i genitori: è il 12 Aprile del 1981. Succo accoltella trentadue volte Maria, la madre, e ruba la pistola d’ordinanza del padre poliziotto, Nazario; lo attende tutto il giorno, sorprendendolo al suo rientro e colpendolo con un’accetta. Succo decide, a questo punto, di occultarne i cadaveri, nascondendoli nella vasca da bagno piena d’acqua.

Roberto Succo

Il ragazzo fugge, ma viene arrestato due giorni dopo, in seguito ad una colluttazione con un sottoufficiale che lo aveva riconosciuto dalle foto diffuse alla televisione e sui giornali. Succo dichiara, senza alcun rimorso: “La mamma mi aveva escluso, a scuola andavo male, mio padre non voleva prestarmi l’auto!. In seguito, il giovane viene dichiarato infermo di mente e affetto da schizofrenia; viene affidato, per un periodo di dieci anni, ad un ospedale psichiatrico di Reggio Emilia.

Nel 1986, però, durante un permesso per frequentare l’università, Succo riesce a scappare e si rifugia in Francia. Il giovane commette altri delitti; tra le sue vittime si contano un brigadiere svizzero, un medico, un ispettore di polizia, tutti uccisi con un arma da fuoco.  Uccide, dopo averle violentate, anche due ragazze diciassettenni. Lo stesso Succo dichiarerà, una volta catturato per la seconda volta: “Sono un killer, di mestiere ammazzo la gente”. Nel frattempo, il ragazzo inizia una relazione con una minorenne di soli sedici anni, che si concluderà proprio per l’eccessiva violenza, fisica e psichica, dell’assassino.

Succo rientra in Italia verso la fine del 1988 e viene catturato nel Febbraio successivo. Il primo giorno di carcere tenta di evadere, ma fallisce e rimane ferito; viene trasferito poco dopo a Vicenza. Nuove perizie confermano l’immagine che già era stata delineata negli anni precedenti: Succo è schizofrenico, ossessionato da deliri paranoici e di superiorità.

Nella notte tra il 22 e il 23 Maggio, Succo viene ritrovato morto nella sua cella di isolamento: si è suicidato servendosi di un sacchetto di plastica riempito di gas.